Stamattina ho marcato l’usuale visita di ispezione in cantiere, prima di venire al lavoro. Vi ho trovato l’impresario che mi ha venduto la casa (qualche secolo fa), intento ad aprire le porte degli appartamenti per permettere agli operai di lavorare. Bene, ho pensato, sei mio! Dopo aver fatto mente locale su tutte le cose che ancora non andavano o dovevano essere ancora fatte, mi sono avvicinato per parlargli. Il poveretto ormai deve essere abituato a ricevere insulti e a gestire rogne, perchè ha sviluppato una capacità di rimbalzo tipo muro di gomma. Mi ha blandito con le solite rassicurazioni alla “Ghe penso mi”, per poi chiedermi come mai non ero al lavoro e che lavoro facessi. A quel punto ho dovuto, con il solito imbarazzo che mi coglie quando un profano mi fa domande sul mio lavoro, cercare di spiegargli, in rigoroso dialetto veneto, i principi della fusione termonucleare controllata e il mio ruolo di ingegnere all’interno dell’esperimento RFX. Ovviamente, mi ha guardato con l’incomprensione dipinta sul volto, mista anche ad un po’ di pietà, per poi rivolgermi la seguente frase: “Insoma, te fe sperimentassion….”. Io: “Sì, in pratica…ehm… qualcossa del genare” Lui:”Sì, tuti fa sperimentassion ormai, anca i murari, varda qua cossa che i combina (indicando la rete esterna, messa sù un po’ storta)… (risata da parte sua)”. Ancora Lui:”Ma ghe xè teròni dove che te lavori ti? No, parchè, se ghi nè tanti, no lavorè mia tanto ben, noi fa un casso!”. Io (nel disperato tentativo di dissociarmi dal razzismo strisciante che permeava la sua affermazione):”Veramente qualche teròn ghe xè, ma i lavora ben…”. Lui:”Xè parchè i strassinemo noialtri del nord, senò noi faria un casso…”.
Ah! Mi rendo conto che anche se siamo nel 2007, l’inossidabile mentalità del nord-est produttivo è sempre qui che ci accompagna, con la sua ignoranza e incapacità di considerare niente altro che non sia lavorare e fare soldi.