Giorno 21, Elesias 1372 CV
Il giorno dopo, la solita nebbia fredda permeava l’aria, gravida di presagi funesti per coloro che avevano deciso di attraversare la valle. Il viaggio riprese lungo l’unica traccia di sentiero visibile, con la sensazione di essere osservati da mille creature malevole, perennemente nascoste al margine del campo visivo. La via era fangosa, ed in alcuni punti gli stivali dei viaggiatori sprofondavano quasi per intero nella melma putrida. Il rischio di perdersi era terribilmente elevato, e sarebbe aumentato qualora il gruppo non fosse rimasto compatto. Dopo diverse ore di viaggio, il mondo ovattato e ripetitivo della palude nebbiosa aveva risvegliato pensieri cupi ed ossessivi nella mente degli eroi. Sembrava che tutto il mondo coincidesse con la nebbia e che il sole fosse un sogno sognato da altri, in un’altra vita. Joshua, che anelava alla luce di Lathander, si domandò quale lucida follia li avesse condotti in quel mondo spettrale… Già, aiutare la povera gente di Valle del Tramonto e capire che cosa è successo a Shaunnra. Con l’aiuto di Lathander, se avrò successo in questa missione potrò finalmente dire di aver fatto qualcosa di veramente importante. Una carta in più da giocare per la successione al Tempio.
Un’imprecazione di Thorin Dur interruppe le speculazioni di Joshua. “Maledizione, e ora come facciamo?”. Un fiume di fango, emerso improvvisamente dalla nebbia, scorreva lento e limaccioso, tagliando la strada alla compagnia. “Dovremo guadarlo” - disse Elander. Il problema era che il fiume sembrava piuttosto largo, circa 4-5 metri secondo il ranger, e non si sapeva quanto profondo fosse. E che cosa contiene pensò, ma tenne per sè il pensiero per non allarmare gli altri. Muten Dan, preso da un impulso improvviso, decise che avrebbe fatto a modo suo e, spronando il suo cane da galoppo, si preparò a fargli saltare la distanza che separava le due sponde del fiume. “Non farlo!” gridarono all’unisono gli altri, ma lo gnomo testardo aveva ormai già lanciato la sua cavalcatura al galoppo. Sfortunatamente, il balzo spiccato dal cane fu largamente insufficiente: gnomo e animale finirono dritti nel fango, inabissandosi. Il cane non ebbe difficoltà a riemergere e a nuotare fino a riva. Muten Dan, invece, essendo incapace di stare a galla pure in quella poltiglia, annaspò alla ricerca di un appiglio, decidendo all’ultimo momento di aggrapparsi alla sua cavalcatura. Miseramente deriso dagli altri, il mago emerse ricoperto di fango da capo a piedi, dall’altra parte del fiume. A quel punto Eve, sogghignando, gli lanciò una corda - “Già che ci sei, potresti fissarla a quell’albero contorto alla tua sinistra?”. La mezzelfa aveva individuato alcune piante vicine ad entrambe le sponde del fiume, ed aveva pensato ad una soluzione che le evitava di attraversare a nuoto la poltiglia di fango. Bastava fissare una corda sufficientemente lunga ad un albero su entrambe le sponde, per poi sospendersi ad essa durante l’attraversamento.
L’idea permise alla parte restante del gruppo di superare indenne il fiume di fango. La parvenza di sentiero proseguiva, perdendosi nella nebbia. Dopo alcune centinaia di metri di ulteriore cammino, il terreno cambiò leggermente conformazione, diventando più solido. Qua e là dei pezzi di roccia cominciarono ad affiorare dalla melma, rendendo il cammino più sicuro. Il nano, osservando meglio le rocce, si accorse che in realtà erano più simili a pietre levigate, il cui colore bianco era nascosto in parte dal fango e dalla vegetazione. Ad un certo punto divenne chiaro che stavano camminando all’interno di un’area costellata da rovine di un antico edificio che un tempo dominava la valle. Spettrali massi di pietra emergevano imponenti dalla nebbia, costringendo il gruppo a tortuose deviazioni nel tentativo di aggirarli. Una scheggia di pietra bianca conficcata nel terreno, grande quanto un troll, attirò l’attenzione di Muten Dan. Qualcosa non quadrava… aguzzando la vista, divenne chiaro che sulla pietra era adagiato un corpo di umanoide, apparentemente privo di vita. “Ehi, guardate laggiù” - la sua voce era tesa. Il gruppo si avvicinò cautamente alla roccia. Ad un primo esame, si trattava di un avventuriero, a giudicare dall’armatura di cuoio, dal pugnale e dalle borse che teneva allacciate alla cintura. Il tizio era morto proprio nel posto in cui ora si trovavano gli eroi. Eve esaminò il cadavere. “E’ un mezzelfo, ed è morto da qualche giorno, direi” - gli abiti e l’armatura della salma presentavano diversi segni di bruciature, che si estendevano anche al viso e alle parti visibili di pelle. In particolare, i capelli erano ritti e bruciacchiati, come se fossero stati attraversati da una scarica elettrica. “Non so cosa sia successo a questo poveraccio, ma ci conviene stare in guardia.” - grugnì il nano Thorin Dur. “Già” - disse Elander, cercando di penetrare con lo sguardo la nebbia oppressiva che li circondava. Avanzarono più guardingi, abbandonando ai vermi il cadavere del mezzelfo, i cui occhi vitrei erano aperti su un’oscurità senza fine. Passarono attravenso la crepa di una parete di pietra che si ergeva altissima fino a perdersi nella nebbia. Si trattava di un pezzo di muro leggermente curvo, largo circa dieci metri, le cui estremità erano crollate. Improvvisamente, qualcosa si materializzò nella mente di Noah. Ricordava vagamente un accenno ad un tempio dedicato a qualche divinità malvagia, situato dalle parti di Sundabar, letto da qualche parte su un tomo preso dalla biblioteca dell’università arcana di Silverymoon… O forse mi sbaglio, forse era qualcos’altro… una lezione di arte delle Marche d’Argento…. Ah! Ora ricordo, era un quadro, un quadro che ho visto esposto in una delle sale dell’Invocatorium… il “Tempio della Tempesta” si intitolava. “Qui una volta sorgeva un tempio dedicato a Talos, il dio della Tempesta” - disse agli altri, con tono distratto - “Ricordo di aver visto un quadro di un bardo, Baldwin l’Artista si chiamava, che raffigurava un tempio fatto a forma di statua che dominava una valle situata proprio da queste parti… queste devono essere le rovine di quel tempio.”
Il Tempio della Tempesta era in effetti imponente, ergendosi fino alla sommità della Valle. Una strada e dei ponti sospesi collegavano la testa del tempio ai boschi in prossimità della statua. Probabilmente, pensò Noah, quell’insieme di pezzi di legno che penzolavano dalla parete sono i resti di quei ponti. Il Tempio era chiaramente in rovina, e loro si stavano aggirando dove un secolo addietro malvagi seguaci del dio del fulmine ordivano i loro piani di distruzione.
“Non ci resta che proseguire.” - disse Elander - “E’ probabile che gli Artigli di Harular si nascondano tra queste rovine. Prudenza e occhi aperti, mi raccomando.”
Il sentiero attraversava altri cumuli di roccia bianca e di detriti. Uno di questi attirò l’attenzione del nano. “Laggiù, sotto quelle macerie!” sussurrò. Elander, Noah e Eve guardarono. Da un buco scavato nel terreno, parzialmente ricoperto da un cumulo di macerie alto circa tre metri, un bagliore azzurrognolo si diffondeva malefico, confondendosi con la nebbia. “Silenzio!” intimò Elander. Proprio mentre parlava, tutta la pelle del suo corpo si accapponò come se fosse percorsa da una scarica elettrica. La fastidiosa sensazione si estese al cuoio cappelluto; nell’aria si percepiva un debole odore di ozono. “Probabilmente le bestiacce indicate da Skriku si nascondono all’interno di quel buco” - osservò Eve. “Ottima deduzione” - disse, ironico, Thorin Dur. “Che facciamo?” - la voce di Noah era carica di tensione. Ormai la luce del giorno stava svanendo, e il gruppo non si poteva permettere di accamparsi in prossimità di un così chiaro pericolo. “Muten, dovresti avere quel barile di polvere da sparo recuperato dalla miniera di Cumilin, giusto?” - chiese Eve. Ad un cenno affermativo da parte dello gnomo, la mezzelfa continuò - “Perchè non fabbrichiamo una sorta di ordigno esplosivo e non lo scagliamo all’interno del buco?”. L’idea sembrava buona, ma erano decisamente troppo distanti per poter sperare di centrare l’apertura con un tiro a distanza. “Dobbiamo salire in cima alle macerie e lasciar scivolare il barilotto da sopra. Ci dobbiamo avvicinare senza che qualunque cosa ci sia là dentro ci senta.” disse Elander. “Mi offro volontaria.” disse Eve. Gli altri si guardarono bene dall’offrirsi di accompagnarla, tutti tranne Elander - “Vengo con te.” Dopo aver preparato una rudimentale miccia con un pezzo di corda cosparsa di pece e averla applicata al barile, Elander e Eve si avvicinarono furtivi, riuscendo ad arrivare alla base delle macerie dal lato opposto rispetto all’apertura nel terreno. A quel punto salirono. Non sembrava che le creature si fossero accorte della loro presenza. Arrivati sulla sommità, si sporsero per guardare in basso, verso il buco. Si intravedeva una scala di pietra bianca che scendeva negli abissi della terra. La luce azzurrognola illuminava la scena. Elander, nel tentativo di vedere meglio, si sporse maggiormente, tendendo i muscoli… nel farlo, tuttavia, fece precipitare inavvertitamente alcuni sassi giù di sotto. “Maledizione!” imprecò. Il rumore dell’impatto dei detriti sulla pietrà echeggiò nella nebbia. Subito, il bagliore si fece più intenso, un rumore di zampe che grattavano la pietra si udì distintamente. Le creature si erano accorte della loro presenza. “Eve, corri giù, io proverò lo stesso a lanciare la bomba” urlò il ranger. La mezzelfa ubbidì. Le creature uscirono dal nascondiglio, guardandosi curiosamente intorno. Erano due lucertoloni, della dimensione di un cagnolino, le cui teste triangolari presentavano due grosse corna che sporgevano ai lati, come orecchie appuntite. Le loro code terminavano con una struttura identica. Erano ricoperte da scariche di elettricità, che guizzavano sulla loro pelle creando piccoli archi azzurrognoli. Individuarono il ranger appollaiato in cima alle macerie proprio mentre quest’ultimo si apprestava a lanciare loro addorro il barile di polvere da sparo, la miccia accesa. Il lancio purtroppo non fu dei migliori, il barile scivolo ad Elander proprio al momento cruciale. Fortunatamente, pur non colpendo le lucertole, questo cadde sulle scale e rotolò all’interno del buco. Dalle protuberanze appuntite sulla testa e sulla coda delle lucertole partì improvvisamente una scarica di elettricità verso Elander, che venne investito in pieno. Un dolore atroce avvolse il ranger, che dovette fare appello a tutte le sue forze per non svenire. Un nauseante odore di carne bruciata si diffuse per l’aria: la pelle di Elander si era ricoperta di mille bruciature. Il ranger si alzò eroicamente in piedi e tentò di scendere dalla collina di pietre. In quell’istante una detonazione potentissima invase le sue orecchie. Improvvisamente gli mancò il terreno sotto i piedi e si ritrovò a volare al di sopra del terreno, per poi sbattere violentemente al suolo. Tutto si fece buio. La cosa successiva che vide fu il volto di Eve che chiedeva “Stai bene? Te la sei vista brutta ma quelle bestiacce sono morte a causa dell’esplosione. Joshua è pronto a curarti.” Il chierico si attivò subito, invocando il potere curativo di Lathander. Le ferite di Elander si rimarginarono.
Dopo aver controllato che la zona fosse ragionevolmente sicura, il gruppo si accampò ai piedi della scala che scendeva nel terreno. Degli Artigli di Harular, ancora nessuna traccia.