Il ritorno del nucleare

Mentre il prezzo del petrolio supera anche lo storico record del 1980 (riportato con l’inflazione) e serpeggia il sospetto che il picco di produzione sia già stato raggiunto, ecco la geniale trovata del Pdl e del sintonano per renderci energeticamente indipendenti: lanciare la costruzione di centrali nucleari, addirittura prima di subito. Ne approfitto per fare alcune riflessioni.

Lasciando perdere la nostra storia nucleare recente, che trovate ben documentata qui, esprimiamo solo alcuni semplici concetti. La pretesa di diventare improvvisamente indipendenti grazie alla fissione nucleare è piuttosto risibile: non abbiamo mai avuto riserve di Uranio e mai ne avremo. Senza contare che le centrali nucleari non nascono come funghi e ci vuole un certo tempo per costruirle, il tutto in un panorama energetico mondiale in cui il costo dell’energia è in continuo aumento, trascinato dall’aumento del prezzo del petrolio. Il combustibile nucleare, essendo una risorsa scarsa e non rinnovabile, è soggetto all’inevitabile teoria del picco che riguarda anche il petrolio. Non dimenticando  i problemi di sicurezza e gestione delle scorie, tutt’altro che risolti, si tratta di valutare quanta energia nucleare possiamo sperare di produrre in modo economico a partire dalla disponibilità di risorse.  Quello che emerge secondo ad esempio ASPO Italia, è che le risorse di Uranio estraibili sono estremamente scarse: bastano per mantenere l’attuale parco centrali mondiale per al massimo qualche decennio! Il problema è sempre il solito: pur essendo l’Uranio piuttosto comune nella crosta terrestre, la parte economicamente estraibile è scarsa. In pratica, gran parte delle risorse può essere estratta solo spendendo un’energia superiore rispetto a quella che si otterrebbe dall’utilizzo del combustibile estratto. Il nucleare rappresenta attualmente il 7% dell’energia primaria mondiale, e già oggi l’approvvigionamento risulta difficile perché si estrae molto meno Uranio di quello che si consuma. Circa il 40% di combustibile per le centrali, infatti, deriva dallo smantellamento delle testate nucleari sovietiche, che non possono durare ancora per molto. In questa situazione, mantenere una produzione di energia nucleare su grande scala richiederà enormi investimenti che ben pochi saranno disposti a fare. L’investimento su una centrale è a lungo termine: richiede almeno dieci anni per raggiungere il pareggio, e dura mediamente per 30 anni. Chi vorrà investire su un così lungo arco di tempo avendo una tale incertezza sulla disponibilità di risorse, soprattutto in Italia dove di Uranio non c’è traccia?

Grazie alle nuove tecnologie, il nucleare potrebbe essere interessante in una prospettiva di transizione verso le rinnovabili. Sarebbe bello che, per una volta, il dibattito politico sull’energia trattasse questi temi con l’approfondimento che meritano, evitando promesse e slogan che denotano solo ignoranza e opacità di pensiero.

1 Commento a “Il ritorno del nucleare”

  1. Tony scrive:

    Sul numero di Gennaio di “Le Scienze” c’era un dossier sul riarmo nucleare. Dagli articoli risulta che in Russia le testate operative sono 5800 (più 15000 stoccate) mentre negli Stati Uniti ci sono 5700 testate operative (più 9900 stoccate).
    Il resto dei paesi dotati di testate (Francia, Cina, Regno Unito, Israele, Pakistan, India, Corea del Nord) anche sommando tutte quelle a loro disposizione non arrivano al migliaio.
    Non so quanto combustibile utile sia ricavabile dalla dismissione di una testata nucleare ma il Trattato di Mosca limita Russia e Stati Uniti ad un massimo di 2200 testate “schierate operativamente” entro il 2012. Un minimo di buona volontà e di “ragionevolezza” potrebbe portare i due paesi a mantenere un arsenale stoccato pari od inferiore all’arsenale schierato, mantenendo al contempo sia la supremazia nei confronti del resto del mondo sia la capacità di devastare il pianeta (se proprio ci tengono) mettendo a disposizione il combustibile recuperabile da qualcosa come 30.000 testate nucleari.
    Ok, il nucleare NON è LA soluzione ma può essere parte di UNA soluzione che ci consenta di tirare avanti quel tanto che basta per cambiare il nostro stile di vita ed il nostro modello economico-energetico verso uno basato interamente su energie rinnovabili più fusione (se e quando l’avremo).
    Questo discorso io lo intendo a livello mondiale, non è pensabile che mezzo mondo faccia sforzi immani per cambiare e l’altra metà se ne sbatta e continui a consumare senza freni sia la sua “parte” sia quella risparmiata dagli altri (Cina, India, USA, etc.)
    Per quanto riguarda la povera Italia, che nel contesto energetico mondiale conta meno di niente, non abbiamo scelta:
    - non abbiamo risorse interne sufficienti (metano, petrolio, etc.);
    - ci vogliono decenni per creare le centrali nucleari che ci servirebbero;
    - il rinnovabile non è in grado di coprire il nostro fabbisogno energetico.
    A mio avviso l’unica “variabile” su cui possiamo intervenire in tempi più o meno brevi è il risparmio energetico E la riduzione dei consumi. Non è questione di domandarci se ce la faremo… non avremo altra scelta! Resta da decidere se lo faremo con un minimo di organizzazione limitando gli effetti collaterali o se adotteremo la classica soluzione all’italiana di ignorare il problema per poi fare il doppio dei sacrifici per ottenere un risultato mediocre ;)

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